Il metodo classico figlio dell’Etna: la storia di uno spumante siciliano

Saliamo sull’Etna per scoprire la storia degli spumanti di nerello mascalese nelle sue varie finalizzazioni 

“Idda” è il termine in dialetto siciliano con il quale gli abitanti del luogo utilizzano per definire l’Etna. Qui, la ricchezza biologica si intride nelle altitudini, nelle esposizioni, e nella composizione dei suoli, i quali caratterizzano ben 133 contrade, microzone geograficamente riconosciute ed esito d’un sistema geomorfologico iniziato 500 mila anni fa. Un miracolo “d’a muntagna”, che oggi accoglie la vite per l’80% su terreni bruni sabbiosi e vulcanici e, per il residuo 20%, alluvionali. Le continue piogge di cenere e pomice, nonché i flussi periodici di lava, producono terre di grande variabilità nella tessitura, da molto fine a sassosa, rendendo l’Etna un cosmo in continua evoluzione. Una regina encomiabile, la cui distinta orografia genera un clima influenzato dall’interazione tra correnti ioniche e mediterranee responsabili non soltanto delle temperature miti, ma anche della mutevolezza delle precipitazioni che caratterizzano le diverse contrade. Ancor prima dell’istituzione dell’Etna DOC, (avvenuta il 25/09/1968) vi furono dei personaggi che intuendo le potenzialità dei vitigni autoctoni, iniziarono a produrre spumanti secondo l’antico metodo proveniente dall’Oltralpe. Antichi testi rivelano che le sperimentazioni sugli spumanti iniziarono grazie a Padre Francesco Tornabene, monaco benedettino a cui il mondo dell’agricoltura e dell’enologia devono molto per le sue ricerche, oltre ad aver creato il primo spumante etneo, nella storica cantina situata nel complesso del Monastero dei Benedettini. In seguito, alla fine dell’Ottocento, il Barone Spitaleri, primo fornitore della Real Casa Savoia, intuì in anteprima le potenzialità del nerello mascalese. Dopo la nascita dell’Etna Doc, l’enologo Vito Giovinco collabora con il barone Michele Scammacca del Murgo, grande cultore del territorio etneo, ancor prima della regolamentazione di una produzione spumantistica. Il disciplinare si erge sul nerello mascalese, consentendo un impiego massimo del 40% di altri vitigni autoctoni siciliani. Per il processo di spumantizzazione secondo il metodo classico, il punto di partenza è il vino base, il quale deve avere una certa concentrazione di acidità, freschezza e neutralità per poter affrontare una seconda fermentazione che avverrà in bottiglia; la permanenza sui lieviti giocherà un ruolo fondamentale nel generare uno spumante dai profili organolettici unici. Il tempo minimo di permanenza sui lieviti è di 18 mesi, fino alle versioni più evolute per puri appassionati dagli 80 ai 120 mesi. Un territorio originale che garantirà longevità e finezza, predisposto ad un metodo classico di lungo invecchiamento.

 

A cura di Eleonora Sindoni


© Riproduzione riservata - Termini e Condizioni
Stampa Articolo